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Ball

Bogdan Tanjević

Allora rubai un’idea ai fondatori del basket jugoslavo e mi lasciai guidare dalla logica. Conoscevo il mio corpo, i miei pensieri, la mia esperienza, e cominciai a scomporre le cose suddividendole in essenziali, importanti e meno importanti. La matematica delle cose, come la chiamo io. Inserii in squadra una disciplina che prima non c’era, due allenamenti al giorno e tanta velocità, e i ragazzi cominciarono a seguirmi. Quei primi anni furono meravigliosi, perché vivevamo la squadra in maniera totalizzante. Non c’erano troppe distrazioni o soldi, ma ci facevamo compagnia in maniera modesta ma sincera. Cosa c’è di più bello? Per dirne una, in spogliatoio avevamo una grande cultura di romanzi, avevamo letto tutti Cent’anni di solitudine di García Márquez, lo citavamo in spogliatoio, scherzavamo su Melquíades, lo zingaro. Era un terreno comune a tutti noi, non come adesso che ogni giocatore è un mondo a parte.
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Libro: 'Jugobasket. Tre generazioni leggendarie' (pag. 28-29)
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