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Ball

5 parole a 5 anni: io voglio giocare a basket

Le origini della mia vita nella pallacanestro

1

Nel pomeriggio dopo l'asilo andai in palestra a fare ginnastica.

C'era una palestra più grande, dove tutti facevamo gli esercizi 'normali'.

Poi c'era la 'palestrina', dove l'istruttore selezionava solo alcuni tra i piccoli ginnasti per fare esercizi diversi, più avanzati. Essere invitati in palestrina voleva dire essere stati scelti, quindi era un onore. In teoria.

Già allora però, la teoria che valeva per molti, per me contava poco.

Un giorno all'uscita, mentre camminavo verso casa con mia mamma, lei mi chiese:
'E allora, sei contento? Come va in palestrina?'
'Mamma, io voglio giocare a basket'.

2

Il Minibasket Giuriati in zona Lambrate era il regno di Silvano Morelli. Intere generazioni di giocatori milanesi sono state cresciute da Morelli. Silvano.

Tra questi uno era mio fratello Ale. Con lui giocava Lorenzo. Suo zio era uno dei dottori all'Olimpia, se ricordo bene. Suo fratello minore Alberto e sua sorella Alessandra giocavano con me, anche se erano più grandi.

Presto nel nostro gruppo si formò una squadra. Posso dirlo? Una squadra abbastanza fenomenale. Da bambini, l'apprendimento è più intenso. Silvano era Silvano e noi imparavamo, assorbendo come spugne.

A un certo punto, nelle partite contro le altre squadre di minibasket del milanese, come posso descriverlo... smettemmo di perdere. Semplicemente. Avevamo troppe armi, troppa tecnica, troppi buoni giocatori. Se non segnava uno, segnava l'altro (molti anni dopo, mi accorgo che forse questo determina il tipo di squadra che cerco di creare ora: policentrica).

Vincemmo il 'trofeo Plasmon'. Come premio, una confezione ciascuno di biscotti per bambini Plasmon, appunto.

3

Ricordo un giorno che giocammo al Palalido.

Rivedo la palestra secondaria. Lí si allenava una delle più forti squadre che si siano viste in Italia e in Europa.

Ricordo la primaria. Giocare lí fu come essere in un'astronave, o atterrati su un altro pianeta. Con buona pace di tutti gli altri impianti in cui ha giocato la serie A, per me a Milano il Palalido era il tempio del basket.

Quando sei bambino, non ti rendi bene conto. Di dove ti trovi, di quanto sei fortunato. Persino, e questo è forse uno degli aspetti più interessanti, del livello che hai già raggiunto.

Per te, quella è la tua normalità. Imparai dopo molti anni come questo si può descrivere in inglese: 'Fish does not know water'. Un pesce non si rende conto dell'ambiente acquatico, poichè è l'ambiente in cui si trova immerso naturalmente.

L'ambiente del basket è per me naturale, come lo può essere per qualcuno che ha iniziato da bambino.

4

Ricordo un giorno che giocammo in un altro palazzo, il Palatrussardi, in un evento organizzato una domenica prima di una gara di serie A.

Questo ricordo è diverso dagli altri, è come soffuso. Non ricordo il frastuono del pubblico che già riempiva il palazzo, ricordo le luci, diverse, sopra il campo.

Queste luci intense, da evento televisivo, e sui lati le ali di pubblico, in zone più scure. Noi cosí piccoli, in un palazzo immenso, pieno di luce. Un'esperienza irreale.

5

La domenica ascolatvo Tuttobasket alla radio con mia nonna. Non a caso lei era nata a Trieste: Città del Basket anche più di Bologna, per quanto ne so, e con tutto il rispetto.

La notte qualche volta mia mamma ci lasciava restare svegli a guardare la NBA: Magic e Kareem, Larry e The Chief, Moses e Dr. J. Hai presente Dr. J?

Quando da bambino giochi playmaker e guardi Magic giocare, puoi imparare a passare la palla dietro la schiena come se fosse una cosa naturale. Non mi credi? Posso mostrarti un video, l'ho fatto digitalizzare da un vecchio VHS. Oggi i ragazzi imparano altre cose, vedono altri giocatori.

Quando da bambino vedi Dr. J giocare, può anche succedere che per anni periodicamnete tu abbia un sogno ricorrente: un sogno in cui salti e poi veleggi nell'aria, senza atterrare fino a quando non lo vuoi tu. É uno dei pochi sogni che al risveglio al mattino sono in grado di ricordare. Per anni ho cercato di capirne l'origine, ma ora ho la mia spiegazione ( un altro elemento che mi fa riflettere su quanto il guardare altri giocatori, altre partite, possa influenzare i giovani giocatori in profondità e in modi anche inaspettati, un aspetto di cui cercherò di occuparmi in un prossimo articolo ).

6

Arrivò il giorno in cui il ciclo di minibasket finí, dopo 5 anni. I 5 anni in cui ho imparato la maggior parte dei movimenti, dei tempi, dei meccanismi, di tutto quello che so di questo gioco fantastico che mi resta nell'anima e nel corpo ancora oggi. Che mi fa scrivere a una persona che non ho mai incontrato, pensando che probabilmente capirà di cosa scrivo.

Arrivò questa notizia. Ha chiamato l'Olimpia, vuole fare un provino. Ma non a un giocatore: a tutta la squadra. Avete capito bene. Eravamo cosí forti che volevano fare un provino... di gruppo!

Avrete forse letto che ora l'Olimpia punta molto sul minibasket, allora non era cosí.

Un pomeriggio andiamo al Palalido. Il provino alla secondaria.

Ci cambiamo in spogliatoio. Qualcuno ha lasciato delle scarpe. Sono bianche, enormi. Non ho mai visto delle scarpe cosí grandi. Per gioco, metto un piede in una scarpa. Taglia 52. Qualcuno mi dice: sono le scarpe di Dino Meneghin.

'Dino Dino', cantava il pubblico a palazzo. Di là c'erano Riva, Wright, Galis... Sabonis il più incredibile dei passatori. Dino solo nome, ben prima che i calciatori scrivessero solo il loro nome dietro la maglia.

E mentre aspettate di vedere la foto di LeBron con Bronny James (quando forse arriverà in NBA), cercate quella di Dino con Andrea. Due campioni Eurobasket, sullo stesso campo in serie A. Guardatela bene, vedrete la grandezza.

'L'Olimpia vorrebbe l'intera squadra, meno forse un giocatore. E pare voglia anche l'allenatore. Insomma, tutto il blocco.'

7

Seguirono discussioni. Andare o non andare?

Molti genitori capirono che andare a giocare là significava un cambio, non solo in termini di logistica e trasporti (un fattore a Milano), ma anche in termini di ore di allenamento, di impegno tolto alla scuola e alle altre cose.

A scuola, penso di poterlo dire, non avevo alcun tipo di problema. Eppure...

Mio fratello aveva già fatto una stagione all'Olimpia, e poi se n'era andato alla Pallacanestro Milano. La mia impressione era un po' di diffidenza.

Ad ogni modo, la decisione non fu solo mia. Il blocco della squadra decise di continuare al Giuriati, in un'altra squadra. Prevalse un'idea, in un certo senso, di continuità.

Solo due dei nostri andarono all'Olimpia. Di uno avrei scommesso sarebbe arrivato in Serie A. Invece, non sarebbe poi accaduto per nessuno dei due.

8

Monkey's Basket Club. Con tanto di scimmia nell'adesivo.

Alle trasferte si va coi genitori. Pulmini non ce n'é.

Ricordo i derby col Tumminelli di Maggi. Il fuoco.

Mattia Bianchi (ti marco io, lo so quanto sei forte), Scipioni il tiratore, Panella, Kimmi... che poi andò all'Olimpia.

Ricordo la nostra ala croata, Marco Tolja. Atleticamente immarcabile. Aveva occhi chiari e un sorriso stupendo che diventò più triste dopo un'estate.

'Come sono andate le vacanze, Marco?'
'Un po' strane. Sono andato a casa, un giorno vado a giocare al campetto. Per prima cosa, i serbi si sono messi da una parte, i croati dall'altra. Prima non succedeva.'

Ricordo Stefano Santovito: più alto, più grosso, più promessa.

L'allenatore gli insegnava a palleggiare, tirare, giocare lontano da canestro (oggi lo chiamano 'positionless'). Un allenatore come si deve, che guardava le partite dell'NCAA, di cui gli arrivavano le videocassette dagli Stati Uniti.

Un giorno Santo venne venduto al Benetton Treviso. Le cifre venivano dette sottovoce.

Ricordo Luca Trezzi, magro e longilineo, di un anno più grande. Allenamento, gli passo la palla in angolo, fa un palleggio lungo la linea di fondo, prende il volo in terzo tempo e inchioda a due mani all'indietro. Lo fa sembrare la cosa più facile del mondo.

Al cinema andateci voi, direbbe il cantautore. Io resto qua a combattere la gravità, attaccare centri più grossi di me e sbolognare assist.

9

Ricordo gli incontri contro l'Olimpia, una squadra più grossa ma non tecnicamente migliore, e partite in luoghi leggendari: Pianella di Cantù, Palasport di Masnago, Brescia, Pavia... torneo internazionale a Villeurbanne, ospiti delle famiglie dei giocatori francesi (un sistema vent'anni avanti). Con me per sempre.

Poi ricordo il giorno in cui vidi una linea di demarcazione.

Andiamo a giocare a Desio, club salito per qualche stagione in Serie A, di cui Monkey's é diventata nel frattempo una società affiliata.

Entriamo nella loro palestra, e vedo i giocatori che fanno pesi. Noi facciamo tre allenamenti e due partite alla settimana, una settimana abbastanza intensa, ma pesi no.

Ricordo le differenze tra i corpi, i muscoli più sviluppati.

C'é un ragazzo argentino, oriundo. Non é arrivato solo Ginóbili in Italia, e noi troviamo in quella palestra Germán Scarone.

Inizia la partita, io sono in regia e all'ala gioca Andrea, il nostro miglior marcatore, principale terminale offensivo. Scarone lo marca a uomo.

Andrea usa tutto il suo repertorio, ma non è giornata. Scarone lo stoppa otto volte nel primo tempo, con una prestazione difensiva mostruosa. Una cosa che avrebbe steso un cavallo.

Il resto sono dettagli. Ricordo Andrea in panchina nel secondo tempo, e Scarone a un certo punto mi marca. Passo la palla e mi sposto in angolo, rallento, cambio direzione e velocità, accelerando da 0 a 100 per un taglio dietro lungo la linea di fondo. Il passaggio arriva con un tempo perfetto e segno in sottomano rovesciato anticipando il suo rientro. Ma quante volte pensi di poterlo fare? Forse due, poi se il difensore é capace la sorpresa passa e la risposta si adegua.

Tornando a casa non pensavo tanto al risultato, pensavo che da lí in poi il basket per noi sarebbe stato un'altra cosa. La prestazione di Scarone era resa possibile da una forza fisica superiore, e quell'elemento diventava imprescindibile se si voleva andare avanti ad alto livello.

E poi c'erano la scuola, gli amici e tutto il resto. Dei piani da fare, a un certo punto.

10

A 17 anni lasciai i campionati 'nazionali', complice anche un coach arrivato nel frattempo, non dei migliori, che non aveva certo alimentato il mio desiderio di continuare.

Potremmo dire: Fish knows water when it comes to surface and finds air.

Ritorno alle origini

Marzo 2023

Scendo a Lambrate e cammino fino in palestra, via Valvassori Peroni.

É l'inizio del weekend di Pasqua, e oggi al 'Giuriati' sembra non esserci nessuno a parte me e il ragazzo alla reception.

L'ingresso è cambiato, ora il centro è gestito da MilanoSport.

Dietro la reception vedo i due ingressi delle palestre (basket e volley) assolutamente immutati. La linea da 3 punti non lascia spazio a sufficienza negli angoli, hanno allargato l'area ma non il campo, perchè non si poteva a meno di ridurre i gradoni a lato.

Il ragazzo dietro il banco mi guarda e gli dico: 'Ho una prenotazione a nome Grassini'. Lui controlla al computer e risponde: 'Sí, eccola qui.'

Poi aggiunge: 'Gli altri non sono ancora arrivati'. E io: 'Non c'è nessun altro.'

Lui sorpreso: 'Giochi da solo?' 'Oggi sí...'

'Giocavo qui 30 anni fa'. 'Capisco. Ti serve un pallone?' 'L'ho portato con me' 'Ne vuoi un secondo?' 'Perché no, grazie'.

Quel pomeriggio ho tirato e corso per oltre due ore, provando felicità pura.

Nel mio teatro dei sogni, che non so dire se si trovi fuori (la palestra) o dentro di me.

Quei sogni che oggi vedo nei ragazzi che alleno, che continuano a combattere la gravità sui campi di Londra e Berlino.

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